A quasi trent’anni da Garage Olimpo dove raccontava di una giovane militante sequestrata e rinchiusa in un centro clandestino di detenzione, con Ritorno a Buenos Aires Marco Bechis torna ancora una volta nella ferita mai davvero rimarginata della dittatura argentina ma lo fa scegliendo una strada diversa, quasi opposta: non entra nelle stanze della tortura ma prova a capire che cosa succede a chi da quelle stanze è riuscito a uscire. Così la violenza appartiene soprattutto alla memoria, nascosta nei silenzi, negli sguardi, nella paura che riaffiora improvvisamente nel corpo di chi credeva di essersi lasciato tutto alle spalle.
La trama
Siamo nel 2008. Mariano Guerra, interpretato da Adriano Giannini, vive in Italia da trentatré anni quando viene richiamato a Buenos Aires per testimoniare in un processo contro gli uomini che durante la dittatura lo sequestrarono, torturarono e costrinsero a collaborare con loro. Il ritorno diventa così un viaggio dentro una colpa molto più difficile da affrontare di quella dei carnefici, quella di essere sopravvissuto. Bechis conosce la materia non soltanto come cineasta. Nel 1977, appena ventenne, fu sequestrato e torturato a Buenos Aires. E anche se ha precisato che quella di Mariano non è la sua storia, è evidente come il film nasca da una ferita autobiografica, dall'esperienza di chi si è salvato e ha dovuto successivamente interrogarsi sul significato stesso della propria sopravvivenza.
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A quasi trent’anni da Garage Olimpo dove raccontava di una giovane militante sequestrata e rinchiusa in un centro clandestino di detenzione, con Ritorno a Buenos Aires Marco Bechis torna ancora una volta nella ferita mai davvero rimarginata della dittatura argentina ma lo fa scegliendo una strada diversa, quasi opposta: non entra nelle stanze della tortura ma prova a capire che cosa succede a chi da quelle stanze è riuscito a uscire. Così la violenza appartiene soprattutto alla memoria, nascosta nei silenzi, negli sguardi, nella paura che riaffiora improvvisamente nel corpo di chi credeva di essersi lasciato tutto alle spalle.
La tramaSiamo nel 2008. Mariano Guerra, interpretato da Adriano Giannini, vive in Italia da trentatré anni quando viene richiamato a Buenos Aires per testimoniare in un processo contro gli uomini che durante la dittatura lo sequestrarono, torturarono e costrinsero a collaborare con loro. Il ritorno diventa così un viaggio dentro una colpa molto più difficile da affrontare di quella dei carnefici, quella di essere sopravvissuto. Bechis conosce la materia non soltanto come cineasta. Nel 1977, appena ventenne, fu sequestrato e torturato a Buenos Aires. E anche se ha precisato che quella di Mariano non è la sua storia, è evidente come il film nasca da una ferita autobiografica, dall'esperienza di chi si è salvato e ha dovuto successivamente interrogarsi sul significato stesso della propria sopravvivenza.
Marco Bechis e Adriano Giannini sul red carpet della Mostra di Venezia dove il film è stato presentato in concorso
Bechis non vuole ricostruire il terrore degli anni Settanta ma raccontarne le scorie. Il vero argomento è la memoria, ma soprattutto la colpa. Perché Mariano non è soltanto un uomo torturato. Durante la prigionia è stato costretto a collaborare con i suoi carnefici e porta dentro di sé quella zona grigia nella quale le categorie rassicuranti di vittima e colpevole cominciano terribilmente a confondersi. Il processo, allora, diventa quasi secondario. Ciò che conta è l'attesa della testimonianza, i corridoi, le stanze, gli incontri con gli altri sopravvissuti. Persone che ricordano diversamente, che hanno costruito strategie differenti per continuare a vivere e davanti alle quali Mariano sembra continuamente domandarsi se abbia davvero il diritto di appartenere alla loro stessa comunità.
Una domanda terribileNon tutto possiede la stessa forza. Alcuni personaggi secondari sembrano soprattutto funzionali al percorso di Mariano e qualche soluzione visiva rischia di risultare troppo sottolineata. Ma quando Bechis rinuncia a spiegare e lascia parlare semplicemente i corpi e la memoria, Ritorno a Buenos Aires ritrova una maggiore compattezza. E soprattutto pone una domanda terribile: fino a che punto può sentirsi innocente chi, per continuare a vivere, è stato costretto a collaborare con i propri carnefici? Perché gli uomini possono uscire dalle prigioni ma quello che è più difficile è fare uscire la prigione dagli uomini.
Senza riconciliazione né consolazioneRitorno a Buenos Aires non possiede la ferocia di Garage Olimpo. È un film cupo, severo, imperfetto, più stanco, più frantumato. Bechis non cerca la riconciliazione né una consolazione finale. Il suo cinema sembra dire che il passato non passa davvero: si può soltanto trovare, prima o poi, il coraggio di guardarlo. In questo caso, attraverso gli occhi di un uomo che ritorna sul luogo dell'orrore quando sono trascorsi decenni e scopre che il tempo non ha sistemato quasi nulla ma ha soltanto insegnato alle ferite a nascondersi meglio.
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