Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli allarmi sulla pericolosità dell'intelligenza artificiale: prima Anthropic, poi OpenAI, poi Microsoft. Sistemi sempre più potenti,...
Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli allarmi sulla pericolosità dell'intelligenza artificiale: prima Anthropic, poi OpenAI, poi Microsoft. Sistemi sempre più potenti, minacce sempre più imminenti, comunicati stampa sempre più drammatici. Ci stiamo davvero avvicinando al baratro, oppure stiamo assistendo a una sapiente costruzione di aspettative, magari utile a chi deve giustificare valutazioni miliardarie?
Forse, per rispondere, conviene guardare alla storia recente. Perché gli allarmi non sono una novità dell'ultima ora: accompagnano l'intelligenza artificiale fin dai suoi primi passi pubblici. Già nel febbraio 2019 Sam Altman lanciò l'allarme su GPT-2, giudicato "troppo pericoloso per essere rilasciato": pochi mesi dopo il modello fu rilasciato senza che il mondo ne risentisse. Nel 2023 Elon Musk firmò, insieme a molti altri, una lettera che chiedeva una moratoria di sei mesi sullo sviluppo dei sistemi più avanzati: la moratoria non si è mai realizzata, e chi l'aveva firmata ha continuato a correre più veloce dei concorrenti. Nello stesso anno decine di dirigenti ed esperti, compreso lo stesso Altman, sottoscrissero una dichiarazione che equiparava il rischio dell'IA a quello nucleare e alle pandemie, senza che nessuno di loro rallentasse di un giorno la propria corsa agli investimenti e ai nuovi modelli. Le stesse aziende che oggi invocano prudenza sono quelle che, negli ultimi anni, hanno spinto con più forza sull'acceleratore: è una contraddizione che vale la pena notare, senza per questo bollare ogni allarme come marketing travestito da responsabilità.
Molte previsioni catastrofiche, del resto, si sono rivelate del tutto infondate, e conviene ricordarlo prima di lasciarsi prendere dal panico. I timori di una disoccupazione di massa causata dai primi sistemi di automazione non si sono materializzati nei tempi e nei modi annunciati; le profezie su auto a guida completamente autonoma pronte a sostituire gli autisti entro il 2020 sono ancora, in gran parte, da realizzare; gli scenari da "superintelligenza imminente" seguiti ai progressi di AlphaGo nel 2016 non hanno trovato riscontro; le previsioni sui robot che distruggeranno gli esseri umani evocate a ogni grande salto tecnologico restano, per fortuna, fantascienza. La tentazione di leggere ogni nuovo modello come anticamera dell'apocalisse ha, storicamente, prodotto più titoli allarmistici che previsioni accurate. Quando l'allarme diventa rumore di fondo costante, rischia di anestetizzare proprio l'attenzione che servirebbe nei casi in cui il pericolo è reale.
Questo non significa abbassare la guardia, tutt'altro. I rischi concreti, semmai, non sono tra dieci anni: sono già qui, oggi, spesso meno spettacolari dello scenario delle "macchine che si ribellano" ma altrettanto insidiosi. Attacchi informatici sempre più automatizzati e difficili da individuare e da contrastare, disinformazione prodotta su scala industriale e capace di inquinare il dibattito pubblico e persino le competizioni elettorali, frodi finanziarie costruite con voci e volti clonati, sistemi decisionali automatizzati che amplificano discriminazioni ed errori umani invece di mitigarli. Sono rischi che colpiscono già oggi servizi essenziali, imprese e fiducia nelle nostre democrazie: meno cinematografici, ma decisamente più urgenti.
C'è infine un elemento di contesto che forse può aiutarci a leggere meglio quello che sta avvenendo in questi giorni: alcune tra le maggiori aziende del settore si preparano a quotarsi in borsa, in un momento in cui l'intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia. È diventata contemporaneamente potere economico, risorsa strategica, leva militare e strumento geopolitico, al centro della competizione tra Stati Uniti e Cina e delle strategie di ogni governo, compreso il nostro.
In questo scenario, distinguere gli allarmi fondati dal rumore di fondo non è un esercizio accademico: è la premessa indispensabile per governare l'IA, senza paralizzare l'innovazione né ignorarne i rischi reali. Serve un dibattito pubblico informato e non emotivo, in cui università, comunità scientifica, esperti e istituzioni facciano da bussola, aiutando cittadini e decisori a distinguere i segnali veri dal rumore di fondo, e a costruire regole destinate a durare.
*Prorettore per l'Artificial Intelligence e le Digital Skills Luiss Guido Carli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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