Rabbia. Come il Vajont ha travolto Erto e Longarone con una forza omicida, le parole di Tina Merlin travolgono la coscienza del lettore. E lo fanno narrando i fatti, messi in fila, uno per uno in...
Rabbia. Come il Vajont ha travolto Erto e Longarone con una forza omicida, le parole di Tina Merlin travolgono la coscienza del lettore. E lo fanno narrando i fatti, messi in fila, uno per uno in ordine cronologico con una chiarezza e una trasparenza spietate. Così il lettore si trova avviluppato in una storia che letta a 63 anni di distanza sembra quasi incredibile, sembra si parli di un altro mondo. Una tragedia annunciata. Ecco cosa è stato il Vajont, ecco cosa è accaduto il 9 ottobre 1963. Lo dicono le carte processuali, lo dice la storia. Ma all’epoca la verità è stata nascosta. Solo una voce si levava nel mezzo del silenzio, quella di Tina Merlin, in quegli anni giovanissima giornalista de L’Unità. Vent’anni dopo i fatti Merlin scrisse «Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont», una cronaca fedele e cristallina di cosa accadde e di chi fu la responsabilità di 1.917 morti, migliaia di sfollati e una comunità distrutta.
La frana dal monte Toc: «Olocausto»«Inizia l’ultimo giorno. Il 9 ottobre 1963 è una stupenda giornata di sole. Di questa stagione la montagna è splendida, rifulge di caldi colori autunnali. La gente di Casso va e viene ancora dal Toc, portando via dalle case e dagli stavoli più cose possibili. Ma altra gente non vuole abbandonare le case e i beni malgrado l’avviso fatto affiggere dal Comune, pressato dalle richieste provenienti dal cantiere... [Viene la sera] e la gente, adesso, è tutta nei bar a vedere la televisione. Sono ancora pochissimi i televisori privati, e in eurovisione c’è la partita di calcio Real Madrid-Rangers di Glasgow. Due squadre molto forti, una partita da non perdere. E infatti molta gente è scesa dalle frazioni a Longarone, e anche da altri paesi della valle, per godersi lo spettacolo nei bar. La gente si diverte, discute, scommette sulla squadra vincente. Sono le 22.39. Un lampo accecante, un pauroso boato. Il Toc frana nel lago sollevando una paurosa ondata d’acqua. Questa si alza terribile centinaia di metri sopra la diga, tracima, piomba di schianto sull’abitato di Longarone, spazzandolo via dalla faccia della terra. A monte della diga un’altra ondata impazzisce violenta da un lato all’altro della valle, risucchiando dentro il lago i villaggi di San Martino e Spesse. La storia del «grande Vajont», durata vent’anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime».
Olocausto. Così Merlin ha sempre chiamato la tragedia del Vajont, una tragedia annunciata, un qualcosa che si sapeva sarebbe accaduto ma invece di fermarsi si è andati avanti comunque. La sera del 9 ottobre 1963 una frana si è staccata dal monte Toc, è finita nel lago artificiale creato dalla diga costruita dalla Sade (poi Enel) e ha creato un’onda gigantesca che ha inghiottito Longarone e diverse frazioni, tra cui Rivalta, Pirago, Faè, Villanova, Codissago e parti di Erto e Casso.Il bilancio ufficiale è di 1.917 vittime, di cui centinaia di bambini, e circa 400 corpi non furono mai ritrovati.
Gli interessi economiciSoldi, ecco il motore che ha spinto la società Sade nello sfruttamento del torrente Vajont per produrre energia idroelettrica. La società si basa sugli studi dell’ingegner Carlo Semenza, un progetto del 1925 rivisto poi nel 1937: prevedeva una diga di 190 metri di altezza che avrebbe creato un bacino idrico. Poi c’è la guerra e la Sade riesce abilmente a portare avanti il progetto sfruttando prima i contatti con il fascismo, poi con il nuovo governo insediatosi nel 1945. L’inizio dei lavori risale al 1947 nonostante l’assenza di autorizzazioni formali. L’altezza della diga che si vuole raggiungere diventa di 202 metri, poi 263,5. La più grande diga al mondo. Avanti con le espropriazioni, la comunità si ribella, Merlin e altri studiosi denunciano la fragilità della montagna, ci sono dei grossi rischi in questa operazione, potrebbe costare la vita di molti. Il progettista Semenza chiede una relazione al noto geologo Giorgio Dal Piaz che benedica la diga e dimostri la fattibilità del progetto. “Esempio illuminante della prostituzione della scienza accademica al monopolio privato” sostiene Merlin.
La prima frana si verifica il 22 marzo 1959 e a quel punto la Sade chiede una consulenza geologo austriaco Leopold Müller. Ma l’esperto non dice ciò che la società voleva sentire, anzi: rileva sotto il Toc una situazione talmente pericolosa da spingere la Sade a proibire l’utilizzo dei sentieri in zona. Una seconda frana, il 4 novembre 1960. La situazione è palesemente critica ma la Sade va avanti. Il Governo non la ferma, le poche istituzioni che provano a fare qualcosa non ottengono nulla. «La Sade è uno Stato nello Stato» sono le parole di Merlin. E poi, il disastro.
Le condanne e il riconoscimento della prevedibilità«La Sade è uno Stato nello Stato»
Il 21 febbraio 1968 vengono rinviati a giudizio i vertici dell’ex Sade, dell’Enel e funzionari dello Stato. L’inchiesta è condotta dal magistrato Mario Fabbri. Il processo si svolge a L’Aquila perché in Veneto la rabbia è potente e si temono disordini. Il 17 dicembre 1969 la Corte condanna a 6 anni i tre principali imputati (Alberigo Biadene, direttore del Servizio costruzioni idrauliche della Sade; Curzio Batini, presidente della IV Sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici; Almo Violin, ingegnere capo del Genio civile di Belluno). Mario Pancini, direttore dei lavori della diga, si era suicidato alla vigilia dell’inizio del processo. Gli altri imputati vengono assolti. La sentenza esclude i reati di frana e inondazione e la prevedibilità dell’evento. Il 20 luglio 1970 la Corte d’Appello condanna Biadene a 6 anni (3 condonati), Francesco Sensidoni (capo del Servizio Dighe e membro della Commissione di collaudo) a 4 anni e 6 mesi, assolve gli altri imputati. La sentenza riconosce finalmente la responsabilità degli imputati per i reati di frana e inondazione e omicidi colposi e la prevedibilità dell’evento, rovesciando quindi la sentenza di primo grado. La Cassazione conferma le condanne, con un leggero alleggerimento delle posizioni degli imputati. Mancavano 14 giorni alla prescrizione dei reati.
«Monumento alla vergogna»«Resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica. Un connubio che legava strettissimamente, vent’anni fa, quasi tutti gli accademici illustri al potere economico, in questo caso al monopolio elettrico Sade. Che a sua volta si serviva del potere politico, in questo caso tutto democristiano, per realizzare grandi imprese a scopo di pubblica utilità - si fa per dire - dalle quali ricavava o avrebbe ricavato enormi profitti. In compenso il potere politico era al sicuro sostenuto e foraggiato da coloro ai quali si prostituiva. La regola era - ed è ancora - come in tutti gli affari vantaggiosi, quella dello scambio».
«La regola era - ed è ancora - come in tutti gli affari vantaggiosi, quella dello scambio»
C’è molta rabbia nelle parole di Tina Merlin. Così apre il suo libro «Sulla pelle viva» pubblicato nel 1983, a vent’anni dalla tragedia. Del resto è difficile restare del tutto indifferenti di fronte a un male così grande, soprattutto se avviene nella propria terra. Lei, di Trichiana, era l’unica giornalista che subito dopo il disastro era accolta dalla popolazione come un’amica. Lo racconta Giampaolo Pansa nella prefazione, anche lui giovane cronista inviato da lontano a riferire dello scempio. Merlin c’era sempre stata, fin dall’inizio. Gli altri giornalisti sul luogo del disastro, invece, apparivano come stranieri. È una storia che va oltre la tragedia, riguarda un’intera comunità distrutta dal punto di vista sociale. Perché partendo dal momento in cui la Sade ha iniziato gli espropri gli ertani si sono divisi, il tessuto sociale si è sfaldato. Merlin racconta di ciò che è accaduto alla famiglia di Osvaldo Carrara: la casa dove viveva è stata dichiarata inabitabile perché lo scoppio delle mine utilizzate durante la costruzione della strada sulla sponda sinistra del Vajont l’aveva resa traballante. Il sindaco impose alla famiglia di andare via entro due giorni. Sarebbero dovuti andare ad abitare con un’altra signora che attendeva anche lei lo sfratto perché casa sua sarebbe finita sott’acqua. Osvaldo Carrara non accettò, furono i carabinieri a portarlo via di peso. E con i suoi bimbi piccoli finì in una stalla. E poi la diaspora dopo il 9 ottobre. Quando davvero i legami si sono spezzati del tutto.
«Ho un debito verso gli ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent’anni in cui l’Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante «casualmente» accadute. Forse più «pulita» di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. È contrassegnata dallo stesso marchio: il potere. E dall’uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono».
@ilgazzettino.it📚 Rabbia, soldi, potere. È «Sulla pelle viva» di Tina Merlin, pubblicato nel 1983 e dedicato al disastro del Vajont del 9 ottobre 1963, il libro che abbiamo scelto per la seconda puntata di Tra le righe, la rubrica letteraria del Gazzettino che esce ogni 15 del mese. Sono passati 63 anni ma le ferite della memoria sono ancora ben visibili. 1917 morti, centinaia di sfollati ma soprattutto una tragedia prevedibile. Ed è questo il punto più grave, quello che sconvolge di più e che indigna di più. Nel libro Merlin ricostruisce con chiarezza i fatti e le responsabilità di politici e imprenditori. Quando accadono fatti tragici come questi si spera sempre che chi verrà dopo impari dagli errori del passato. Purtroppo non è sempre così. (🖋️ Silvia Moranduzzo) 👉🏻 Link all'articolo #gazzettino #tralerighe #vajont #tinamerlin #booktok
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