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Ricerca clinica, l’Italia ha le eccellenze. Ma deve imparare a fare sistema

Дата публикации: 16-10-2026 07:30:14

Ad AZ IMPACT 2026 AstraZeneca riunisce circa 250 sperimentatori per discutere il futuro degli studi clinici tra investimenti, AI e nuove modalità di integrazione con la pratica assistenziale
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L’Italia ha alcuni dei migliori ricercatori e centri clinici d’Europa, ma nella corsa globale per attrarre studi clinici rischia, ancora una volta, di rimanere indietro. Stati Uniti e Cina accelerano, altri Paesi europei cercano di conquistare una quota maggiore delle sperimentazioni, mentre i tempi di attivazione e la capacità di arruolare pazienti continuano a pesare sulla competitività italiana. Per restare attrattivo, il sistema deve migliorare l’efficienza dei centri, identificare più rapidamente i pazienti e integrare maggiormente la ricerca nella pratica clinica.

È da qui che parte AZ IMPACT 2026, l’investigator meeting organizzato da AstraZeneca a Bologna e rivolto ai clinici coinvolti negli studi attivi o in fase di partenza. Circa 250 sperimentatori sono stati invitati a confrontarsi sui protocolli, ma anche sulle modalità con cui rendere più efficace la conduzione degli studi e aumentare la capacità di arruolamento in Italia. “La ricerca farmaceutica non significa soltanto sopravvivenza e qualità di vita per i pazienti”, ha sottolineato Raffaela Fede, Medical Director Italy di AstraZeneca. “È anche un asset strategico per il Paese in termini di investimenti, competenze, occupazione e sostenibilità del sistema sanitario”.

La prima parte della giornata è stata dedicata al valore della ricerca; nel pomeriggio i partecipanti sono stati suddivisi in sessioni dedicate agli studi in corso, con approfondimenti su obiettivi, criteri di inclusione ed esclusione, stato di avanzamento e best practice. Alla tavola rotonda plenaria dedicata al valore della ricerca e al ruolo dell’Italia hanno partecipato, tra gli altri, Francesco Dentali, presidente di Fadoi Nazionale e della Fondazione Fadoi, Giulio Pompilio, direttore scientifico del Centro Cardiologico Monzino, insieme a Mattia Altini, Direttore Generale Ausl di Modena, Pietro Galassetti, Global Clinical Program Lead di AstraZeneca Loreto Gesualdo, direttore dell’unità operativa di nefrologia del Policlinico di Bari e Nicola Montano, presidente della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI).

Numeri alla mano

Oggi AstraZeneca conta oltre 170 studi clinici attivi in Italia, distribuiti tra oncologia, area cardiovascolare, renale e metabolica, respiratorio, vaccini, malattie infettive e malattie rare. A questi si aggiungono oltre 180 molecole in pipeline. Nel prossimo triennio l’azienda prevede di investire oltre 66 milioni di euro in più di 100 studi tra ricerca clinica, osservazionale e indipendente. Secondo quanto illustrato durante la plenaria, sono già oltre 4.500 i pazienti coinvolti, mentre il piano dovrebbe interessare più di 200 centri sul territorio nazionale.

Nonostante la qualità scientifica italiana rimanga elevata, non sempre è accompagnata dalla stessa efficienza organizzativa. Tempi lunghi di attivazione possono ridurre la finestra disponibile per l’arruolamento e, in un mercato sempre più competitivo, spostare studi e investimenti verso altri Paesi. “La vera competitività della ricerca italiana non si gioca soltanto ai ministeri: si gioca negli ambulatori e nei centri clinici”, ha sottolineato Paola Trogu, Senior Director, Country Head Site Management and Monitoring di AstraZeneca.

Il tema dell’organizzazione dei centri è stato affrontato anche da Dentali e Pompilio, intervenuti nella tavola rotonda insieme agli altri clinici. Al centro del confronto, l’impatto assistenziale della ricerca, la sua integrazione nella pratica quotidiana e la capacità di ospedali e IRCCS di attrarre risorse, competenze e nuovi progetti di sperimentazione.

Se l’AI entra nella ricerca

Spazio, nel corso dell’evento, a ciò che non è più un capitolo futuristico: l’intelligenza artificiale. Oggi la tecnologia sta già modificando il modo in cui la ricerca può utilizzare e mettere in relazione enormi quantità di informazioni, aiutando a integrare dati clinici, biologici e testuali, individuare associazioni difficili da riconoscere con strumenti tradizionali, migliorare la stratificazione dei pazienti e contribuire alla costruzione di protocolli più mirati ed efficienti.

“L’AI non cambia le domande della ricerca. Le domande sono sempre le stesse: perché questo farmaco, che differenza fa e, soprattutto, per quale paziente? Quello che cambia è il modo in cui possiamo porre quelle domande”, ha spiegato Marta Milo, Director AI Strategy & Innovation di AstraZeneca.

La tecnologia, però, non sostituisce la scienza. “Alla fine la magia non la fa la tecnologia, la fa la scienza. Dobbiamo utilizzare la tecnologia per rendere possibile quella magia”, ha aggiunto Milo, insistendo sulla necessità di associare alle previsioni prodotte dai sistemi di AI un livello di confidenza comprensibile al medico. Sapere che un modello suggerisce una certa risposta non basta: il professionista deve poter valutare quanto sia solida quella previsione e inserirla nel rapporto rischio-beneficio per il singolo paziente. La decisione finale resta quindi clinica.

Tra gli esempi presentati durante la sessione, quello relativo a 168 pazienti con tumore del polmone avanzato. Attraverso modelli costruiti utilizzando dati ricavati da campioni di sangue, i ricercatori hanno cercato di prevedere la risposta a una terapia sperimentale prima del trattamento, raggiungendo, secondo quanto illustrato da Milo, un’accuratezza di circa 75%.

“La più alta forma di speranza per un paziente”

Ma dietro numeri e investimenti rimane il significato più immediato della ricerca clinica, definita da Montano “la più alta forma di speranza per un paziente”. Una speranza che ha anche un valore etico, oltre che economico. Offrire un’opportunità a pazienti con malattie croniche, rare o con poche alternative terapeutiche rappresenta già di per sé una ragione sufficiente per investire nella ricerca.

Il problema italiano, però, è ancora una volta la capacità di trasformare le eccellenze in sistema. “Abbiamo centri di eccellenza straordinari, ma sono slegati”, ha osservato Montano, ricordando come l’Italia disponga di competenze molto forti nella ricerca preclinica e traslazionale, mentre sulla ricerca clinica rischia di inseguire Paesi che hanno costruito reti più strutturate.

È probabilmente questo il messaggio più netto emerso dalla giornata: il futuro della ricerca clinica italiana non è ancora scritto. “Non siamo destinati a perdere gli studi, ma dobbiamo attivarci”, ha ricordato Trogu. “Gli investimenti seguono i risultati, i risultati seguono le persone e la ricerca integrata nella cura genera opportunità per i pazienti”.

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