Nel contesto dello studio internazionale Urticaria Voices, sono state raccolte le risposte di 64 pazienti affetti da orticaria cronica spontanea (Csu), oggetto di pubblicazione nel 2025 sul Journal of Dermatological...

Nel contesto dello studio internazionale Urticaria Voices, sono state raccolte le risposte di 64 pazienti affetti da orticaria cronica spontanea (Csu), oggetto di pubblicazione nel 2025 sul Journal of Dermatological Treatment.
Si parla di orticaria cronica spontanea quando pomfi pruriginosi, angioedema o entrambi ricorrono per oltre sei settimane senza uno stimolo esterno identificabile. L'angioedema è un gonfiore che interessa gli strati più profondi della pelle e può accompagnare i pomfi oppure presentarsi da solo. Il termine “spontanea” descrive l'assenza di un fattore scatenante esterno definito, non l'assenza di meccanismi biologici. L'istamina ha un ruolo centrale nei sintomi, ma la malattia coinvolge processi immunologici più complessi: comprenderli è essenziale per sviluppare terapie mirate.
I pazienti hanno risposto a un questionario online tra febbraio e settembre 2022. L'età media era di 42 anni e circa il 70% erano donne. Al momento dell'indagine erano trascorsi mediamente 9,6 anni dall'esordio dei sintomi e 7,8 dalla diagnosi. Questa differenzia documenta un preoccupante intervallo tra la comparsa della malattia e il suo riconoscimento, definito ritardo diagnostico, di quasi due anni.
Un altro dato preoccupante che emerge dallo studio riguarda il controllo della malattia. Quasi l'85% dei partecipanti dichiarava di non riuscire a controllare la malattia. Anche il peso sulla qualità di vita era consistente: l'impatto negativo medio raggiungeva 6,3 su una scala da 1 a 10. Le difficoltà coinvolgevano soprattutto il benessere mentale ed emotivo, la vita sociale e le relazioni intime. Il 28% riferiva minore fiducia in sé, il 23% irritabilità, il 20% tendenza alla depressione e il 19% sintomi relativi all'ansia. Anche se tali risposte non identificano diagnosi psichiatriche, documentano chiaramente il disagio dei pazienti affetti da Csu.
Di conseguenza, quando il medico valuta l'impatto dell'orticaria non si dovrebbe limitare a visitare la cute, ma anche esplorare queste dimensioni personali, soggettive, come la qualità del sonno, la capacità di lavorare al meglio e quanto i sintomi condizionino la libertà di stare con gli altri.
A questo riguardo, un altro recente studio pubblicato nel 2024 nella rivista Journal of Allergy and Clinical Immunology in Practice ha riportato che purtroppo solo il 15% degli oltre 2500 specialisti intervistati utilizza dei questionari somministrati agli stessi pazienti che indaghino le caratteristiche cliniche e la qualità della vita (PROMs: Patient-Reported Outcome Measures, ovvero letteralmente le misure dei risultati e della situazione clinica riportate dal paziente).
Tornando allo studio Urticaria Voices, dal punto di vista del versante terapeutico, l'83% dei pazienti assumeva antistaminici. Oltre la metà dei pazienti inoltre utilizzava un corticosteroide sistemico, anche per svariati giorni. Come ricordano gli Autori, i corticosteroidi sistemici possono trovare spazio in brevi cicli per le riacutizzazioni, ma non rappresentano una terapia di mantenimento dell'orticaria cronica. In effetti, ricordo che gli effetti collaterali dei corticosteroidi sistemici possono essere in taluni anche seri (tra i principali: aumento della glicemia, dei valori pressori, cambiamento dell'umore, peggioramento della cataratta e glaucoma, osteoporosi, immunodepressione).
Solo il 7,8% dichiarava l'uso di farmaci biologici. Il dato fotografa il campione nel 2022 e non descrive necessariamente l'accesso attuale alle terapie in Italia.
Nello studio sono anche descritti i bisogni dei pazienti affetti da Csu. In primis, liberarsi da prurito e pomfi, controllare pienamente i sintomi e recuperare le attività quotidiane. Il 39% desiderava trattamenti con meno effetti indesiderati, il 37,5% chiedeva informazioni migliori sulle cure e altrettanti un minore esborso economico. Le aspettative riguardano dunque sia l'efficacia sia la possibilità di comprendere e sostenere il percorso terapeutico.
*Professore associato di dermatologia presso la Clinica Dermatologica dell'Università di Padova
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