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Il Trittico a Jesi convince a metà

Дата публикации: 17-10-2026 06:56:22

Il tabarro PUCCINI Il trittico – Il tabarro M. Cavalletti, G. Pelligra, A. di Giorgio, E. Antonini, R. Liberatore, S.  Gennari, A. Pucci, I. Gilli; Suor Angelica, A. di Giorgio, A. Miatto Albeldas, A. Aisemberg, E. Antonini, R. Sollazzo, F. Maionchi, I. Gilli, L. Guenter, D. Simonetti, E. Luciani, L. Tomasucci, M. Namikawa, A. Khalilova; ...
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Il tabarro

PUCCINI Il trittico – Il tabarro M. Cavalletti, G. Pelligra, A. di Giorgio, E. Antonini, R. Liberatore, S.  Gennari, A. Pucci, I. Gilli; Suor Angelica, A. di Giorgio, A. Miatto Albeldas, A. Aisemberg, E. Antonini, R. Sollazzo, F. Maionchi, I. Gilli, L. Guenter, D. Simonetti, E. Luciani, L. Tomasucci, M. Namikawa, A. Khalilova;  Gianni Schicchi, M. Cavalletti, F. Maionchi, A. Miatto Albeldas, G. Pelligra, R. Liberatore, L. Guenter, M. Belcecchi, S. Gennari, K. Baliviera, G. Medici, A. Aisemberg, A. Ceccarini, P. De Santis, K. Paoltroni, S. Lattanzi; Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana, direttore Stefano Vignati regia Paul-Émile Fourny scene e luci Patrick Méeüs costumi Giovanna Fiorentini

Jesi, Teatro Pergolesi, 11 ottobre 2026

Per la prima volta nella storia del Teatro Pergolesi di Jesi, Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi vengono presentati insieme per l’inaugurazione della 59° Stagione Lirica, restituendo al pubblico (accorso numeroso e particolarmente interessato alla proposta) il Trittico nella sua interezza. All’iniziativa va riconosciuto l’indubbio merito di aver accettato una sfida tutt’altro che semplice, tanto più in una sala dalle dimensioni raccolte come quella jesina, anche se il risultato lascia qualche perplessità, e induce a chiedersi se all’ambizione del progetto siano corrisposti mezzi e, soprattutto, tempi adeguati. Tre opere in una serata costituiscono infatti un impegno considerevole, non soltanto per l’orchestra e i cantanti, ma anche per la macchina scenica e per il coordinamento complessivo fra buca e palcoscenico. Le prove sono parse, evidentemente, sottodimensionate rispetto alla complessità dell’impresa, e hanno lasciato affiorare alcune incertezze e qualche sbandamento, con momenti in cui la coesione fra buca e palco è parsa meno salda del necessario. Anche l’assetto acustico ha richiesto alcuni compromessi: il coro, collocato nei palchi di barcaccia, non sempre si è integrato in maniera equilibrata nel tessuto sonoro, soprattutto nel Tabarro, dove è apparso decisamente troppo in primo piano rispetto all’orchestra e alle voci soliste. Una criticità che non riguarda certo il livello del Coro Ventidio Basso, eccellente per professionalità e precisione, quanto piuttosto un equilibrio sonoro che avrebbe richiesto un lavoro più approfondito. Alcuni tagli hanno inoltre inciso sulla completezza dell’esecuzione, particolarmente in Suor Angelica, privata della scena di Sorella Chiara punta dalle vespe, tuttavia essenziale per la circolarità della vicenda. Sono questi dei limiti che non cancellano il valore dell’iniziativa, ma ne ridimensionano in parte la riuscita. A non convincere pienamente è poi l’impostazione registica di Paul-Émile Fourny (un allestimento del 2016 dell’Opéra-Théâtre de l’Eurométropole de Metz), che sembra talvolta cercare nelle tre partiture un sistema di simboli abbastanza cervellotico. In Suor Angelica, per esempio, la protagonista è senza velo, come se fosse una novizia, un elemento del quale non risulta immediatamente chiara la necessità, ed appare, poi, problematica la scelta di affidare a una presenza spettrale la consegna del veleno. Anche la caratterizzazione della zia principessa, affidata a movimenti sostenuti da due bastoni che ne fanno una sorta di creatura aracnoide, finisce per scivolare verso un immaginario da horror di serie B, con un effetto involontariameIl tabarronte caricaturale che mal si concilia con la terribile durezza del personaggio. Il tabarro appare, nel complesso, l’opera più riuscita sul piano registico, ma anche qui la tendenza a sottolineare il significato simbolico delle situazioni risulta talvolta eccessivamente pedante, culmine il banale omicidio di Giorgetta nel finale. È però in Gianni Schicchi che l’impostazione di Fourny mostra i suoi limiti più evidenti. Nell’intervista pubblicata sul programma di sala, il regista annunciava l’intenzione di portare in scena «l’umorismo belga». Al di là della formula, è il risultato a lasciare perplessi: la commedia si trasforma in una successione di movimenti concitati, urla, sospiri, ammiccamenti e gag, in cui la ricerca dell’effetto comico fine a sé stesso sembra prevalere sulla precisione del meccanismo teatrale. Il sarcasmo del libretto di Forzano e della musica di Puccini, fondato sulla caratterizzazione dei personaggi, sui rapporti familiari e sulla cinica avidità che li accomuna, viene così proposto secondo uno spirito farsesco fin troppo insistito, quasi una caricatura della comicità italiana, come se per far ridere fosse necessario esasperare ogni gesto e ogni reazione. Sul versante musicale, Stefano Vignati guida la FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana con una tenuta complessiva apprezzabile, in un contesto non semplice. La densità della scrittura pucciniana porta talvolta l’orchestra a emergere con eccessiva evidenza rispetto alle voci, ma sarebbe ingeneroso non considerare la complessità di un repertorio che richiede tanto agli interpreti quanto alla compagine strumentale, che ha fornito una prova di eccellente professionismo. La direzione si distingue per la capacità di mantenere l’insieme entro una cornice sostanzialmente coerente, pur senza riuscire sempre a scongiurare le incertezze emerse nel rapporto fra buca e palcoscenico.

Suor Angelica

Fra i protagonisti, Massimo Cavalletti affronta sia Michele sia Gianni Schicchi, mostrando qualità interpretative notevoli: il timbro è ampio e autorevole, particolarmente efficace in una sala raccolta come il Pergolesi, e l’attore sa differenziare con intelligenza i due personaggi, sostenendoli con un fraseggio generalmente curato e una presenza scenica convincente ma la tenuta degli acuti rappresenta tuttavia un limite significativo, dato che nei passaggi più esposti alcune note risultano decisamente problematiche. Alessandra Di Giorgio è impegnata tanto in Giorgetta quanto in Suor Angelica, due ruoli che richiedono sensibilità e risorse vocali differenti, ma accomunati da una notevole esposizione nei momenti di maggiore tensione: la voce appare disomogenea e talvolta eccessivamente spinta, con un’emissione che tende a farsi aspra nei passaggi più ardui, come l’impegnativo finale di Suor Angelica, mentre sul piano interpretativo la cantante propone una lettura riconoscibile, di gusto tradizionale, con un fraseggio che non manca di notevoli intenzioni espressive in una prova complessivamente dignitosa. Giulio Pelligra, chiamato a sostenere sia Luigi sia Rinuccio, offre una prestazione interessante proprio per la possibilità di confrontare due ruoli spesso affidati a tipologie vocali differenti. Pelligra appare piuttosto sollecitato in entrambe le parti da un’orchestra che tende a sovrastarlo: il suo Luigi risulta quindi non troppo incisivo sul piano drammatico, mentre Rinuccio beneficia maggiormente delle caratteristiche del cantante e, anche senza raggiungere risultati memorabili, la prova si distingue per correttezza e tenuta complessiva. Molto efficace Arlene Miatto Albeldas come Zia Principessa di buona misura espressiva, che restituisce con autorevolezza la durezza del personaggio, peraltro a suo agio anche come scatenata Zita. Bene anche Francesca Maionchi, prima come fresca Suor Genoveffa e poi come adorabile Lauretta. Nel complesso, anche il gruppo dei comprimari appare ben selezionato, pur dovendo fare i conti, soprattutto in Gianni Schicchi, con una regia che ne esaspera i movimenti e le reazioni, trasformando spesso la vivacità collettiva in confusione. Resta dunque il bilancio di un progetto importante, meritevole per l’ambizione e per la volontà di proporre finalmente al pubblico jesino il Trittico nella sua interezza: il pubblico, numeroso, ha accolto con numerosi applausi (e risate in Gianni Schicchi) gli artefici della serata. Un’ultima annotazione sulla felice scelta di affidarsi a un’illustratrice professionista (la pesarese Virginia Mori) per la realizzazione delle locandine della stagione lirica, con un risultato ben altrimenti suggestivo rispetto a quelle realizzate con intelligenza artificiale da altri teatri locali.

Gabriele Cesaretti

Foto: Marco Pozzi

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