Marco Minniti fa un intervento brillante come sempre e molto serio, estremamente preoccupato perché pochi come lui, in Italia, conoscono gli sconvolgimenti in corso sullo scacchiere globale...
Marco Minniti fa un intervento brillante come sempre e molto serio, estremamente preoccupato perché pochi come lui, in Italia, conoscono gli sconvolgimenti in corso sullo scacchiere globale e noi non siamo fuori, ma profondamente dentro, la "policirsi" in corso. Il presidente della Med-Or Italian Foundation parte da una parola: «Pace». E spiega: «Se vogliamo che le economie possano crescere, abbiamo bisogno che il Mediterraneo sia un mare di pace. Mi preoccupa, tuttavia, che abbiamo davanti a noi una strada lunga. Viviamo quella che potremmo definire l'éra dell'incertezza, che temo ci accompagnerà a lungo nel futuro per una ragione semplice: perché abbiamo tre guerre». In Ucraina, in Medio Oriente e in quella che un tempo veniva chiamata la Mezzaluna Fertile: che è l'area della antica Mesopotamia, della Levantina Costiera e dell'Egitto settentrionale. Minniti non vede una pace vicina in Ucraina. Sa che la guerra a Gaza è destinata a continuare, se vince Natanyahu nelle elezioni di martedì prossimo («Le più importanti nella storia di quel Paese»). L'Iran e i suoi proxy sono più attivi che mai (Hamas non si è disarmato). E poi c'è la Cina. Che appoggia la Russia ma non ha interesse a rafforzarla: «È interessata a diventare la prima potenza economica del mondo». A un certo punto Minniti tira il fiato per un attimo: «Non ho citato un solo continente: l'Europa.
IL RUOLO
L'Europa fa di tutto, diciamo, per non partecipare. Sembra purtroppo che sia più importante occuparsi di questioni di carattere interno che assumere un ruolo di carattere internazionale. Invece, l'Europa ha di fronte a sé una straordinaria opportunità, per una ragione semplicissima: in questa éra dell'incertezza, una gran parte di quel mondo di cui abbiamo parlato, i cosiddetti non allineati del Terzo Millennio - l'India, i Paesi del Golfo e l'Africa - guarda all'Europa come all'interlocutore fondamentale». Per le sue capacità, per il suo soft power, per la sua forza economica, per il ruolo geostrategico. «L'Europa deve scendere in campo», dice Minniti. Qui, il presidente di Med-Or si fa, ma sarebbe meglio dire cerca di farsi, fiducioso: «C'è bisogno che scenda in campo l'Europa e, se lo farà, potrà diventare decisiva per costruire un nuovo ordine mondiale. Senza il Sud del mondo, il nuovo ordine mondiale non può essere realizzato. Questa è la consapevolezza di cui dobbiamo essere tutti quanti pienamente consapevoli: una consapevolezza straordinaria». E l'Italia, nell'éra dell'incertezza? «Noi siamo il punto di congiunzione tra l'Occidente e il Sud del mondo. Napoli è al centro di tutto ciò. Se ci pensate, abbiamo di fronte i rischi di cui ho parlato, ma abbiamo anche di fronte una straordinaria opportunità».
A un certo punto del suo discorso, il presidente di Med-Or ha citato un libro non ancora tradotto in italiano ma il cui titolo nella nostra lingua è questo: come il mondo ha fatto l'Occidente. Lo ha scritto la storica irlandese Josephine Quinn. La quale descrive l'Occidente come il risultato cumulativo di scambi protrattasi nel tempo, fin dall'antichità, tra Africa, Asia e Europa e non dunque un Occidente a se stante chiuso nella sua tradizione greco-romana (i romani davano ma molto prendevano). Minniti cita il libro per dire che noi occidentali siamo fatti di mondo e grazie alle interconnessioni con il mondo siamo quello che siamo. E a quello che dice lui andrebbe aggiunto questo: chi, in Occidente e in Europa, ha assimilato la cultura degli altri e l'ha scambiata e mescolata con la sua più di quanto abbia fatto storicamente il Mezzogiorno d'Italia? Ecco perché il nostro Sud ha una speciale attitudine a parlare con gli altri e quindi un particolare know how per la pace soprattutto nello scacchiere mediterraneo e mediorientale.
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