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Buttafuoco: «Io, Venezia e il gesto di Pinault. La sua collezione qui? Un riconoscimento»

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

VENEZIA - Pietrangelo Buttafuoco è nel suo ufficio a Ca? Giustinian, sull?altra sponda del Canal Grande rispetto alla Basilica della Salute. Il presidente della Biennale di...

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VENEZIA - Pietrangelo Buttafuoco è nel suo ufficio a Ca’ Giustinian, sull’altra sponda del Canal Grande rispetto alla Basilica della Salute. Il presidente della Biennale di Venezia ha letto sul Corriere della Sera l’intervista a François Pinault, in cui il grande collezionista d’arte contemporanea annuncia che porterà a Palazzo Grassi l’esposizione permanente di oltre cento opere. Racconta l’intellettuale: «Sto guardando Punta della Dogana e ogni volta, quando vedo il vessillo bretone, dico: “Prima o poi mi procurerò un prezioso vessillo del beatissimo Regno delle Due Sicilie”. So che la Serenissima ha grande affetto verso quella storia e quindi me lo posso consentire. Un saluto tra bandiere, ecco».


Anche un saluto tra voi due, però, ci starebbe: in fondo siete vicini di casa, no?
«È fondamentale il ruolo di una personalità come Pinault. Ma questo vale perché la capacità di imprimere un segno è affidata, ben più che alle formule, alle burocrazie, agli sforzi pedagogici, proprio all’atto totalmente gratuito. Quello che ha accompagnato da sempre la dimensione stessa del creare, dell’essere presenti. È un gesto sempre di genuina generosità: una disposizione d’animo. Poi, certo, l’arte aiuta da questo punto di vista, perché è l’espressione di massima elevazione». 


Pinault ha dichiarato di ritenere la Biennale di Venezia «un appuntamento essenziale». Possiamo immaginarlo, magari confuso tra i visitatori, fra i padiglioni dei Giardini? 
«Una cosa che mi diverte tanto del mio rapporto con Pinault è che reciprocamente, quasi in incognito, l’uno e l’altro andiamo in visita alle rispettive mostre. Non so se lui lo venga a sapere, perché io ho affinato la tecnica di mimetizzarmi... è il mio modo di vivere il lavoro senza formalismi e cerimonie. Delle sue iniziative ho visto tutto. Sono un sansamuelino. Frequento la “Casa delle parole” che trova asilo nel teatrino di Palazzo Grassi. E ho sempre avuto nella cucina di casa la locandina di “Futurismo e Futurismi” (la mostra del 1986, ndr), anche se all’epoca la sede era ancora di proprietà della Fiat. Ma evidentemente era già un segno del destino».


«Uno straordinario luogo di scoperte e incontri»: così il mecenate francese definisce la Biennale. Come accoglie questo riconoscimento?
«Non c’è dubbio che la Biennale è l'istituzione culturale più importante al mondo. Ed è italiana. Ed è Venezia, soprattutto, nel senso che per un’alchimia sottile e inevitabile, ha saputo rappresentare e raccontare quello che nell’essenza questa città ha saputo essere. Tutto questo in una dimensione universale dove le sezioni di cui siamo responsabili, cioè arte, architettura, teatro, danza, musica e cinema, hanno una precisa responsabilità: essere anche il tramite di studio. Quindi giustamente Pinault individua questa specificità, perché è il luogo dove si incontrano e si confrontano anche gli aspetti teoretici di riflessione, nell’assoluta libertà, che è fondamentale per la creatività. È il posto dove gli artisti, se posso immaginare un salto mentale, possono consentirsi di vivere quello che Platone immaginava: speculare, fabbricare, costruire, abitare e pensare».


È immaginabile una collaborazione tra Pinault e Biennale?
«Noi ovviamente abbiamo un’infinità di interlocutori, però abbiamo anche una specificità, quella che ci consente di poter avere questa qualità particolare. Quindi è ovvio che ci ritroviamo a studiare e ad attraversare le proposte che un protagonista come Pinault impone con la sua stessa presenza nella città di Venezia. Abbiamo bisogno di questo straordinario vicinato per poter prima nutrirci e poi continuare a lavorare nella costruzione di un progetto. È quello che facciamo anche quando incontriamo le università, le scuole, i visitatori, le altre istituzioni nel mondo. È un’esperienza che abbiamo fatto recentemente, grazie al lavoro di Luigia Lonardelli, con il progetto “È il vento che fa il cielo” sulle orme di Marco Polo. La nostra è una sorta di destinazione camminante. E ovviamente, se posso dirle, non mi precludo nulla nel lavoro che facciamo qui alla Biennale, nel senso che noi siamo sempre i primi a rompere i protocolli e a ricostruire: ciò che fu stabilito con la fondazione nel 1893 e che venne perfezionato con l’autonomia nel 1930, ci permette di avere questa unicità in tutte le forme di sperimentazione».


È d’accordo sulla riflessione che, per un’istituzione culturale, a Venezia conta esporre ma anche intrecciare legami con «la città e i suoi abitanti»?
«È importante soprattutto elaborare, analizzare, studiare, incamminarsi in quello che ormai è fondamentale. Noi sappiamo che certi codici sono totalmente inutili. Abbiamo dismesso tutto quello che fino a oggi ha accompagnato la nostra metodologia di lavoro e non mi riferisco soltanto al confronto con le arti, ma più in generale. Sappiamo che una volta esaurita la spinta storiografica dello storicismo, adesso dobbiamo indossare gli occhiali che ci aiutino nella geografia e quindi nelle nuove geografie. Vede, questa è una città che ha avuto e che ha una relazione continua col suo essere plurale, tramite la Guggenheim e le altre realtà che arrivano da tutto il mondo, prossimamente immagino anche dalla Cina. In occasione della ricorrenza di San Francesco, quando sono andato al concerto organizzato dai frati francescani, mi ha colpito entrare nella chiesa del Redentore, che ha due prospetti: uno che guarda a Occidente e un altro che guarda ad Oriente. Ed è bellissimo perché si consente un lusso altrimenti impossibile per menti chiuse e provinciali. Stare lì nell’orto dei francescani e guardare il Redentore dall’altra prospettiva, fa capire come si è veramente: sono raggi di una stessa luce e Venezia ha avuto da sempre questo privilegio. È una città che riesce a consentirsi il lusso di trasformare i turisti in visitatori. Certo, ci sarà sempre una massa di turisti che arriva, ma molti di loro poi diventano visitatori, che è cosa ben diversa, perché vivificano e si nutrono, e altrettanto nutrono e vivificano». 


È una città che anche al presidente Buttafuoco ha insegnato la pazienza, come a monsieur Pinault? 
«Lavoro e abito a Venezia. Se posso citare Eduardo De Filippo: “Chi è cchiù felice 'e me?!”».
 

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